“SE FAI IL CARTESIANO NON VAI MOLTO LONTANO NELLA CONOSCENZA DELL'AFRICA ”

di Giuseppe Condorelli in " Solidarietà Internazionale", Roma, n.2, marzo 2006

 

Prima che l’Africa facesse venire alla luce una vocazione di narratore rimasta per anni latente, Enzo Barnabà aveva svolto la sua attività di saggista nel campo della storia delle classi subalterne (occupandosi in particolare dei Fasci Siciliani e del massacro di Aigues-Mortes), scritto grammatiche francesi ed insegnato questa lingua in Italia ed italiano e storia in diverse università straniere: da Aix-en-Provence a Scutari da Niksic ad Abdjan, capitale della Costa d’Avorio. Ed è proprio la regione ivoriana con i suoi paesaggi equatoriali, con le sue culture con le sue etnie che Barnabà tra visibile ed invisibile delinea lungo questo suo prezioso volumetto. Gli otto capitoletti che compongono il libro funzionano benissimo come storie a sé, sequenze col peso specifico di piccoli racconti, dalla forte matrice autobiografica. Si tratta, nello stesso tempo di un atipico “diario”, perché in ognuna di quelle storie il punto di vista dell’io narrante è spesso (volutamente) sommerso da quello “corale”, come se a narrare fossero le tante “voci” dell’Africa antica e moderna. Un Africa che non deve essere decifrata ricorrendo ai soliti cliché: “Se fai il cartesiano non vai molto lontano nella conoscenza dell’Africa”; potrebbe infatti essere questo il simpatico ed illuminante titolo ‘di riserva’ del libro. Gia il quello ‘ufficiale’ – Dietro il Sahara - evoca una pretesa ed una presunzione allo stesso tempo: ovvero fare luce, esplorare quell’Hic sunt leones che i cartografi antichi imponevano alle loro mappe e deve essere ovviamente riferito alla conoscenza diretta che Barnabà possiede del continente.
Non ci sono velleità antropologiche, né gli esotismi di cui gronda tanta letteratura di ‘genere’ (basterebbe il solo racconto Potopotò a metterne in crisi tutti gli assunti del genere), piuttosto il piacere genuino di elaborare, di esorcizzare una esperienza di vita decisiva: non è certo un caso che nel cuore del libro campeggi “Il mal d’Africa di Lilì” che è una sorta di cartina di tornasole di cifra ideologica dello scrittore: attraverso quelle pagine è possibile risalire all’Africa vera: quella devastata dalla globalizzazione e dal diktat delle grandi multinazionali, un’Africa in bilico su “scenari apocalittici”. Tanta letteratura gronda di cicatrici africane: e non penso certo ad Hemingway o a Blixen piuttosto, implicitamente al Lobo Antunes di “In culo al mondo” e in maniera più evidente attraverso l’omaggio, nell’ultimo capitolo, a Bernard Dadiè e alla cultura “terzomondista”. Dal punto di vista strettamente letterario poi, il racconto migliore è “La guaina e l’acciaio”: in una alternanza di modi di vedere Barnabà elabora una sorta di manuale di appartenenza: e lo scrittore siciliano pare tracciare con tanta discrezione la maniera per diventare ‘africani’ al di là del colore della pelle.