LA STORIA DI GRIMALDI - QUELLE DUE, TRE COSE CHE SAPPIAMO DI LEI

Completa l'articolo visionando la Galleria di cartoline d'epoca dedicate a GRIMALDI (gentilmente fornite da Raimondo Pittaluga)

 

L’anno zero è il 1351. Per modo di dire, naturalmente, poiché l’“uomo di Grimaldi”, quello che viveva nelle caverne del Balzi Rossi, esisteva già da parecchi millenni. Il 10 gennaio di seicentocinquanta anni fa viene stipulato un atto di vendita che si può anche considerare come quello di nascita del paese. Alcuni membri della storica famiglia intemelia dei Saonese vendono infatti quel giorno al cavaliere Carlo Grimaldi “un pezzo di terra gerbido sito in territorio di Ventimiglia che a levante comincia col vallone della Mortola, a ponente finisce a Garavano, a sud ha come limite la via romana (praticamente il mare) e a nord la sommità della collina”. É da questo momento che la zona comincia ad essere chiamata Grimaldi (e spesso con la variante “le Grimalde”, cioè le terre dei Grimaldi).


Carlo è un cavaliere di ventura che è diventato ricco e potente. Tiene le piazze di Monaco e Roccabruna a nome di Genova, ma insinuandosi tra i varchi creati dalle rivalità di guelfi e ghibellini, finisce per proclamarsene “signore”. É già governatore di Ventimiglia e coi soldi guadagnati combattendo per i Valois, acquista la signoria di Mentone che aggiunge a quella di Cagnes. Un borghese, insomma, che sogna però di porsi alla testa di uno stato indipendente da creare nell’estremo ponente: lui fallirà, ma il disegno, com’è noto, sarà realizzato dai suoi successori.


La tendenza a confondere la proprietà privata con la sovranità è un vezzo dei Grimaldi. Ci avevano già provato acquistando terre di turbiaschi e facendole poi passare sotto la giurisdizione monegasca, ma l’operazione non era andata in porto a causa delle bacchettate savoiarde. Per la nostra zona, nulla di tutto questo; delle due l’una: o i Grimaldi non ci provano o la città di Ventimiglia non glielo consente.
In seguito all’acquisto, comunque, non sorge alcun paese. Ancora trecento anni dopo, vi vivono soltanto alcune famiglie di pastori che si dedicano anche alla cottura della calce, se è vero che nel Seicento le decime al prete della Mortola vengono versate in natura con i prodotti dei due settori. Il geografo genovese Vinzoni, d’altronde, disegnando nel 1722 la cartina della zona, a Grimaldi pone solo la torre saracena e un modesto casolare. Visto, però, che dai documenti della curia vescovile risulta l’esistenza di un vecchio oratorio che in quegli anni viene addirittura promosso in vicecuratia, sembrerebbe che il casolare del Vinzoni vada piuttosto letto come simbolo di un minuscolo nucleo abitato, trascurabile rispetto ai bei gruppetti di case con cui vengono rappresentate le due Mortole.

 

La fontana Hanbury sull'Aurelia. Foto di fine Ottocento


É certo in ogni caso che quelli sono anni in cui il paese prende a svilupparsi. A metà Settecento vi sono abbastanza abitanti per chiedere al vescovo il permesso di erigere una cappella (nel posto dell’oratorio?) che viene dedicata a San Michele e agli Angeli Custodi. Come e quando i Grimaldi abbiano alienato le loro proprietà, non sappiamo. É una delle molte pagine bianche della storia del paese che sono da colmare. Sappiamo, però, che i nuovi abitanti non amano chinare la testa. Nel 1758 – la chiesa e l’annessa canonica sono ancora in costruzione – il curato della Mortola batte cassa. I grimaudeli (grimaldesi o grimaldelli, in italiano?) rifiutano di pagare la decima della calce e la cosa finisce a Ventimiglia dove il prete riesce ad avere la meglio. Gli animi si riaccendono per la stessa ragione ottant’anni dopo. Anche questa volta le autorità di Ventimiglia condannano gli abitanti del paese, i quali – c’è da supporre – cominciano a covare quella diffidenza nei confronti del capoluogo che ancor oggi non può dirsi del tutto sopita.


Il paese continua a crescere fino a generare l’“isola” sull’Aurelia e a superare – sembra – i cinquecento abitanti; vengono a viverci poliziotti e doganieri, mentre il gerbido dell’atto del 1351 diviene un lontano ricordo: ulivi, limoni e vigne prendono il posto dei boschi e dei prati, fino a quando le serre vengono a spazzare via tutto. Poi, il declino demografico con l’esodo che spopola il paese e lo ripopola di seconde case e di alloggi dormitorio.

Grimaldi visto dal piazzale della dogana negli anni Trenta


Una parte del territorio menzionato dall’atto trecentesco da cui siamo partiti, i Grimaldi non lo hanno mai alienato. Se a causa dei proventi della cava, della poca appetibilità a fini agricoli o altro, non siamo in grado di dirlo. Sappiamo che oggi su quel terreno si gioca una partita cruciale. Se si lasciasse piena libertà a chi vuol fare quattrini usando in modo spregiudicato il territorio, si correrebbe il rischio di esporre una zona, miracolosamente scampata alla colata di cemento che ha deturpato la Liguria a partire dagli anni Cinquanta, ai letali colpi di coda del bestione speculativo.

[Le fonti di questo breve articolo sono costituite dei testi canonici di Rossi, Lamboglia e Rostan, cui vanno aggiunte le informazioni fornitemi da don Allaria, archivista della Curia di Ventimiglia, che tengo qui a ringraziare. Le foto sono state gentilmente concesse da Raimondo Pittaluga.]

da La Gazzetta di Grimaldi, giugno 2005

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