Quando va via un amico
Ida Dominijanni
«Quando va via un amico chiudi sempre la porta», dice Me-tì nel Libro delle svolte di Brecht. «Non può venire più freddo di così», gli rispondono, e lui: «Sì che può». Può venire più freddo di così, ora che Gerardo - al secolo Sciré, 53 anni, origini a Viareggio - se n'è andato abbattuto da un incidente qualunque del sabato notte a Abidjan? Una morte per caso, in un posto in cui si può morire ogni momento di scontri etnici, di povertà, di violenza. Eppure mentre tutto, ricordi e sentimenti, si ribella a questa perfida beffa del caso, qualcosa dentro dice: è la «sua» morte.
Gerardo aveva col caso un rapporto assai intimo. Quando studiavamo assieme filosofia all'università di Firenze non avrei saputo interpretarlo - o forse ne avevo paura - ma a ben pensarci era proprio questo l'ingrediente che staccava la sua intelligenza dalle nostre, il rapporto col caso, ovvero, avrebbe detto il nostro maestro Cesare Luporini, con la contingenza. Mentre tutte e tutti noi stavamo lì a tentare di far tornare i conti fra la filosofia e la politica, la teoria e la prassi, il dominio del capitale e la sovversione operaia, il femminismo e l'amore, Gerardo sapeva che c'è il caso, l'accadere imprevisto, quello che ci capita e ci tocca, e che in un momento, o in un incontro, o in un contatto, cambia la piegatura di senso della vita e del rapporto fra sé e sé e fra sé e gli altri. Il caso perfido di quella macchina fuori corsia che è toccato a lui finendone la vita, come tocca le vite di noi che restiamo e ne abbiamo condiviso con lui un tratto così denso?
Come nella Combray di Proust che tanto abbiamo amato il caso fa riemergere nitide, ognuna al posto suo, le immagini della «nostra» Firenze degli anni Settanta. Il collettivo di Lettere e Filosofia, le notti in piazza Santo Spirito, le riunioni al centro del manifesto, i seminari su Marx e le discussioni su Scene da un matrimonio di Bergman, le manifestazioni e il riflusso, i rigattieri di San Frediano e le librerie fatte impilando mattoni, i pomeriggi a parlare di tutto di casa in casa, il personale e il politico, gli amori e le separazioni, i legami e le sparizioni, le doppie militanze e l'esodo di noi donne che colorò e scombinò la comunità dei compagni. Gerardo era il più intelligente e perciò il più caustico censore dell'intellettualismo, il più rigoroso con se stesso e perciò il meno concessivo con gli altri, e tuttavia il più umano e perciò il più buono e il più comprensivo, e c'era sempre, che ci fosse da studiare o da traslocare, da spaccare il capello in quattro sulla pratica politica o da piangere per una storia finita; e se scompariva poi ricompariva, ti chiamava da sotto la finestra senza preavviso - non c'erano i telefonini e nelle case di noi studenti neanche i telefoni fissi, e in quell'epoca di signoria del desiderio a nessuno sarebbe venuto in mente di mettere un sms al posto di un abbraccio o di una carezza.
Non lo vedevo da vent'anni, non sapevo dove fosse, ero certa che un giorno senza preavviso mi sarei sentita chiamare da sotto le finestre di casa a Roma, come aveva già fatto una volta. Dicono che verranno anche da Abidjan, dove viveva da anni, per salutare l'uomo e l'imprenditore e la generosità impareggiabile dell'uno e dell'altro oggi alle 16 alla Croce Verde di Viareggio. Questo è un abbraccio a lui, a Estelle, al fratello e alle sorelle, a Jeannine, Rossella e a tutti noi, Laura Riccardo Cristina Andrea Giorgio e due volte a Miria che in quegli anni lo amava amatissima, che fra tutte noi portava sempre le gonne più belle, che a un certo punto se n'era andata in India e che in questi giorni mi ha fatto il dono di condividere il dolore e il ricordo.
(Il Manifesto, 7 giugno 2006, p.2)