MORTE AGLI ITALIANI! - Il massacro di Aigues-Mortes

 

Dal capitolo secondo

 

 

I primi incidenti

 

In questo clima, si dà inizio il 16 agosto ai lavori di levage alla Fangouse ed alla Gaujouse, due delle quattro saline possedute dalla Compagnia nella zona di Peccais (le altre erano l’Abbé e la Saint-Charles), a circa sei chilometri a sud-est della città. Il sistema del cottimo non solo suscitava rivalità tra le squadre, ma era all’origine di rancori all’interno della stessa squadra. Secondo voci raccolte dal procuratore della Repubblica, “dal momento che i francesi lavorano meno sodo degli italiani, questi ultimi avrebbero rimproverato ai compagni francesi della stessa squadra la loro indolenza. Infatti, dato che il levage del sale viene effettuato a cottimo e il prodotto del lavoro di una squadra viene suddiviso in parti uguali tra tutti i componenti, i più attivi ricevono alla fine della stagione un salario uguale a quello dei meno diligenti”.17

 

Sin dal mattino, sia nella salina della Fangouse, che nell’attigua Gaujouse, scoppiano litigi per futili motivi: “Qui, é un operaio italiano che rimprovera ad un francese della sua squadra di non riempire la carriola in maniera sufficiente e di non impegnarsi abbastanza in un lavoro che deve essere pagato in comune. Lì, è un operaio francese che si lamenta di un italiano che spinge intenzionalmente la carriola in modo da sfiorargli continuamente il calcagno”.18

Durante una pausa del mattino, scoppia l’ennesimo litigio che dà innesco alla dinamica dello scontro aperto. Le fonti (e in particolare le ricostruzioni “ufficiali” come l’Acte d’accusation o la Relazione inviata dal console di Marsiglia Durando al governo italiano) sono frammentarie e contraddittorie, preoccupate innanzi tutto di far ricadere, a seconda della loro nazionalità, sugli italiani o sui francesi la responsabilità dei fatti. Ricostruiamo gli incidenti iniziali rifacendoci in particolare alle testimonianze incrociate, rilasciate alla Gazzetta del Popolo, da Matteo Giraudo, di Andonno (Cuneo), e da Felice Astesano, di Carmagnola (Torino).19

Durante la pausa, alla Fangouse gli operai consumano dunque uno spuntino seduti sulla sabbia. Non si mescolano, i circa duecento italiani sono piuttosto da una parte e cento francesi dall’altra. Alcuni di questi ultimi cominciano a buttare sabbia addosso ai pimos. Nell’aria c’è tensione. Un torinese, che da un connazionale viene descritto come “maneggiatore emerito di coltello, di carattere poco trattabile”, si alza e va a lavare un fazzoletto in una tinozza d’acqua dolce, liquido prezioso (soprattutto in agosto) che la Compagnia distribuisce solo per uso potabile. Alle rimostranze di un francese, scuotendo le spalle, risponde: “Me ne infischio di te e dei tuoi compagni!”. La reazione dei francesi è violenta, ma probabilmente lontana dalla ricostruzione che il disegnatore Starace effettuò per l‘Illustrazione Italiana. Buttato a terra, il torinese riesce ad estrarre un coltello dalla tasca colpendo una delle persone che gli stanno addosso. Gli altri italiani avrebbero assistito passivamente alla rissa. Si riprende il lavoro, ma le fazioni, come avrebbe detto Jules Guesde, sono state formate, l’appartenenza alla comunità, l’ultimo valore rifugio per dirla con i sociologi, ha preso il sopravvento. Eppure, alcuni italiani vengono da Tenda, oggi in territorio francese, o dalle vallate occitane del Piemonte.

 

A mezzogiorno, si va a mangiare in uno stato di irritazione latente. Verso l’una e mezza scoppiano nuove risse. Cosa era successo? Secondo un operaio italiano, un francese aveva gettato una pietra dentro la baracca in cui gli italiani (un centinaio, circa) stavano mangiando. Questi erano usciti fuori ed avevano costretto un gruppo di transalpini a riparare nella loro cambuse, la povera costruzione loro assegnata. Molte fonti francesi, sia giudiziarie sia giornalistiche, faranno a gara nel sottolineare l’inferiorità numerica dei loro connazionali (una quarantina) per far risaltare l’affermata vigliaccheria dei transalpini. La baracca viene circondata dagli italiani armati di pale, bastoni e bottiglie. Si tirano pietre, i vetri volano a pezzi. Si sente gridare “Viva Italia, abbasso Francia!”. Tra gli italiani si distingue un giovane piemontese di Vernante, Giovanni Giordano; strilla più degli altri, ha in mano un forcone.

Alcuni operai francesi che sono riusciti a fuggire in città, verso le due e mezza mentre “l’assedio” è in corso, avvertono degli scontri il juge de paix di Aigues-Mortes, Hugoux che assieme a tre gendarmi si reca in carrozza sul posto. “Strada facendo - racconta - incontrammo parecchi francesi che scappavano. Arrivate troppo tardi! Ci dissero. Alla Fangouse trovere­te morti e feriti!”. Non c’era, però, nessun morto, ma solo alcuni feriti. Il Giordano viene arrestato e rinchiuso in una capanna. Gli italiani manifestano minacciosamente il loro disaccordo per l’arresto. Il magistrato prende in considerazione la possibilità di fare usare le armi ai gendarmi, ma “poi riflettei alle conseguenze dell’effusione di sangue. Mi avvicinai e consigliai moderazione agli italiani; feci osservare quanto fosse insensato ammazzarsi tra operai che hanno tutti bisogno di guadagnarsi da vivere. Queste parole li calmarono, i bastoni si abbassarono, il cerchio degli italiani si allentò. Viva la legge!, gridarono più voci in italiano. Amici miei, esclamai, se mi promettete di stare buoni, vi faccio liberare il prigioniero. E feci aprire la porta a Giordano”.20 

 

Si chiude così la prima parte dei fatti le cui cause immediate - come riconoscerà il comandante della Compagnia di Gendarmeria del Gard - non possono essere stabilite con precisione. I feriti francesi sono sette. Nessuno di loro è grave come constata ad Aigues-Mortes il dottor Raynaud. Un certo Vernet (probabilmente, uno degli operai che era venuto alle mani con l’irascibile torinese) ha ricevuto tre coltellate, gli altri sono stati colpiti da armi contundenti. Non sappiamo nulla dei postumi della rissa nel campo italiano. Come è stato scritto,21 piuttosto che sollecitare le cure di un medico, gli italiani preferiscono restare al sicuro nelle saline.

 

La caccia all’orso

 

Gli operai che dopo i primi tafferugli erano corsi in città, vi portano notizia dell’accaduto. Le cose vengono fortemente esagerate, si parla di attacchi a tradimento, di morti e di feriti. L’immaginazione meridionale, secondo il procuratore generale, fa il resto. Anche Alphonse Daudet volle evidenziare fattori etnici e climatici: “Non bisogna dimenticare - dirà lo scrittore di Nîmes in occasione del processo – che il dramma d’Aigues-Mortes si é svolto in pieno mese d’agosto ed in pieno Mezzogiorno. Giudicare questa faccenda senza tenere conto dei riverberi del sole sulle zucche provenzali equivarrebbe a rifiutare di rendere giustizia. I delitti del nord non sono quelli del sud”.22

Quando il juge de paix torna dalla Fangouse, ci si stupisce che non riporti cadaveri. La sua versione dell’accaduto non riesce tuttavia a calmare l’eccitazione che si era impadronita della città. La voglia di impartire una severa lezione agli italiani accomunava abitanti di Aigues-Mortes, trimards e disoccupati rimasti in città agli operai che avevano partecipato alle risse avvenute nelle saline. Nelle prime ore del pomeriggio inizia la caccia all’italiano. Una folla preceduta da un drappo rosso, urlando frasi quali “Viva l’anarchia! Viva Ravachol! Morte agli Italiani!” attacca tutti gli italiani che incrocia per le strade. Alcuni trovano rifugio in caserma o nella prigione cittadina, altri in case private o nelle campagne vicine. Giacomo Balduzzi, un operaio di Clusone (Bergamo) e suo figlio Bortolo, un ragazzo di diciotto anni, vengono colpiti di sorpresa con inaudita ferocia (secondo le loro stesse parole); gravemente feriti al viso ed alla testa, vengono messi al sicuro da don Mauger, parroco di Aigues-Mortes, che li porta nella propria abitazione.

Verso le tre, il bayle italiano Ciutti, che si trova con parte della sua squadra nel panificio Fontaine in Piazza San Luigi, nel cuore della città, sente gridare “Avanti! A caccia dell’orso!”. “La grande piazza - racconta - era invasa da gente armata di randelli. In quel momento, con me c’erano sessanta uomini che avevo riunito nel panificio per saldare il conto del pane. Due di loro che cercarono di uscire rientrarono tutti sanguinanti”.23 Il signor Vical, fratello della proprietaria del panificio, viene colto di sorpresa dagli italiani che si affrettano a chiudere la porta. In questo momento, in città, ci sono solo sei gendarmi e una quindicina di doganieri che il capitano Rouzeaud, vista la situazione, ha fatto armare.

  

Secondo l’agente consolare italiano ad Aigues-Mortes Léon Advenier, nella mattinata del 16 un gruppo di individui dall’aspetto poco rassicurante aveva chiesto a un commerciante l’indirizzo del pubblico banditore. Alle due, seguito dal gruppo, quest’ultimo cominciava ad annunciare la caccia all’orso; la folla andava radunandosi ed avvenivano le prime aggressioni. Questo episodio (assieme ad altri indizi quali la contestualità dei litigi scoppiati il mattino nelle saline e la successiva condotta tenuta dal prefetto Le Mallier) faceva affermare al console di Marsiglia Durando nella relazione stesa per il governo italiano, che si era in presenza di un complotto e che la caccia all’orso era la parola d’ordine dei congiurati per la sommossa. Probabilmente il Durando, che cerca di presentare una versione dei fatti in chiave puramente antifrancese, esagera. L’episodio della caccia all’orso è però autentico (vi accennano anche i giornali locali) ed è certo, dunque, che qualcuno (un gruppo di trimards?) abbia soffiato sul fuoco della tensione esistente in quei giorni ad Aigues­Mortes. E che, come confermerà il capitano Rouzeaud, la sommossa fu organizzata. E’ incredibile, tuttavia, come al processo nessuno abbia cercato di far luce sull’episodio.

 

Non partenza, ma morte agli italiani!

 

Centinaia di esaltati pattugliano la città e assediano il panificio che è difeso dai doganieri con i quali collaborano due assessori e il parroco Mauger che passa la notte ad esortare la folla alla calma. Si aspettano con impazienza i rinforzi richiesti telegraficamente a Nîmes.

I primi gendarmi arrivano dai paesi vicini; verso mezzanotte, giunge da Nîmes il capitano Cabley con ventun gendarmi a cavallo; alle tre, è la volta del procuratore della repubblica che è accompagnato dal giudice istruttore e dal dottor Raynaud. La forza a disposizione, tra gendarmi e finanzieri, si aggira attorno alle cinquanta unità. Il procuratore della repubblica chiede subito ulteriori rinforzi al prefetto e così informa il suo superiore: “Giudice istruttore ed io stesso siamo arrivati ad Aigues-Mortes causa di gravi risse tra italiani e francesi. Parecchi feriti. Grande eccitazione tra gli ottocento operai saline di Peccais. Temonsi disordini stamane. Cinque brigate qui con capitano insufficienti per assicurare ordine a Peccais e ad Aigues-Mortes. Stato telegrafato al prefetto di fare inviare urgentemente almeno cinquanta cavalieri”.24

La richiesta di aiuto arriva al prefetto alle quattro del mattino. Alle quattro e quaranta, secondo quanto affermerà più tardi, quest’ultimo richiede l’invio di truppe alle autorità militari. Ad Aigues-Mortes, però, per lunghe ore si aspetterà invano l’arrivo dell’esercito. Eppure a Nîmes, sin dalle prime ore del mattino, cinquanta artiglieri a cavallo e due compagnie di fanteria, “sac au dos et l’arme au pied”, non aspettavano che l’ordine di recarsi sul posto con un treno speciale già pronto in stazione. Quando partiranno, sarà troppo tardi. Quando chiederà di identificare il funzionario sul quale incombeva la pesante responsabilità di non aver impedito che gli avvenimenti prendessero la piega drammatica che presero, il Journal des Débats farà un buco nell’acqua.25 Tutto sarà insabbiato, né al processo né altrove il problema sarà più sollevato.

Il prefetto Le Mallier arriva col primo treno, alle sette del mattino, accompagnato dal suo se­gretario generale. Si reca in centro, si informa della situazione, parla con la gente, riceve qualche applauso. Stabilisce la tattica da seguire: espellere gli stranieri, probabilmente con il doppio scopo di calmare gli operai francesi e di garantire l’incolumità agli italiani. Non cinge la fascia tricolore, tangibile segno dell’autorità dello Stato. Questa omissione gli sarà rimproverata da più parti.

 

Coloro che hanno trovato rifugio nel panificio di Piazza San Luigi sono ancora barricati dentro. Uno di loro, Antonio Cappellini, racconterà alla stampa italiana i momenti di terrore vissuti dagli assediati nel corso della notte. Per ore ed ore, la folla tempesta di sassate la porta del negozio. Vengono anche usate delle travi. Si sente urlare “Morte agli italiani! Abbasso Crispi e l’Italia! Fuori chi viene a mangiare il pane dei francesi!”. Tra i più esaltati, si fanno notare Alfred Biblemont, “un adolescente dal volto sveglio e sbarazzino”, come lo definisce il Figaro, che fa un baccano d’inferno ed invita la folla a sfondare le porte per sgozzare i prigionieri e Joseph Boulineau, giovane bracciante senza fissa dimora, che dopo aver inseguito gli italiani fin sulla porta del panificio, passa la notte ad eccitare l’ira degli assedianti chiedendo la consegna di coloro che erano riusciti a barricarsi dentro.

“La folla, dichiara il Vical,26 faceva spavento. Ho visto un povero italiano cadere sulla piazza dopo essere stato colpito con delle bottiglie. Una volta a terra, hanno continuato a schiacciarlo coi tacchi. All’interno del panificio, ci aspettavamo una catastrofe ad ogni istante! Mi aspettavo di vedere bruciare la casa. Mia sorella, cedendo alle mie pressioni, aveva abbandonato il negozio con i figli portandosi via le cose di maggior valore”. Si teme che venga sfondata la porta e ci si serve dei sacchi di farina per barricarsi meglio. Ci si interroga sulla sorte dei compagni rimasti fuori. Si attende invano l’arrivo di aiuti. Cappellini non ce la fa più. Assieme ad altri assediati, si anima di coraggio ed esce da una porta laterale. Il piccolo gruppo di fuggiaschi viene notato e inseguito fuori città. Un canale taglia la strada, gli italiani sono costretti a entrarvi dentro. Cappellini riesce a salvarsi, ma pensa che altri siano potuti soccombere alla violenza della corrente ed ai sassi lanciati dagli inseguitori.

 

Verso le otto del mattino, il prefetto comincia a mettere in atto il suo piano dando ordine di fare evacuare il panificio. Viene requisito un omnibus, grossa carrozza a cavalli adibita al trasporto di passeggeri, e, sotto scorta, gli italiani vengono condotti, a gruppi, alla stazione. Non senza difficoltà, si riescono a portare a termine due viaggi, uno con undici e l’altro con dodici persone. Il sindaco, Marius Terras, che portando la fascia tricolore siede accanto al cocchiere, teme per la propria vita. Si odono grida che invocano la morte e non la partenza per gli italiani. Non si riesce più a contenere la folla. Restano ancora sedici persone da mettere in salvo.

Un folto gruppo di persone si aggira per la città chiamando a raccolta la popolazione con il tamburo, lo strumento che in Provenza sostituisce le campane nei momenti di pericolo e di mobilitazione generale. Il gruppo, che canta la Marsigliese ed è preceduto da un tricolore e da due raffazzonate bandiere rosse, va ingrossandosi superando presto le cinquecento persone. Molti sono armati di randelli, forconi e pale. Tra la folla, luccica qualche fucile e qualche pistola.

Il prefetto continua a puntare sull’espulsione degli italiani. Si ottiene il loro licenziamento da parte della Compagnia. Il sindaco, contando sull’effetto che la notizia può avere, fa stampare un manifesto che viene affisso sui muri della città in fine mattinata: “Il sindaco della città di Aigues-Mortes ha l’onore di portare a conoscenza dei suoi amministrati che la Compagnia ha privato di lavoro le persone di nazionalità italiana e che da domani i vari cantieri saranno aperti agli operai che si presenteranno. Il sindaco invita la popolazione alla calma e al mantenimento dell’ordine. Ogni disordine deve infatti cessare, dopo la decisione della Compagnia”.

La folla, che va radunandosi dietro al tamburo che batte “la générale”, si reca alla stazione. Qui, dopo aver constatata la partenza dei due gruppetti di italiani, decide di dirigersi verso le saline di Peccais. Molti credono di andare a vendicare i “morti del giorno prima”. Tra le autorità, qualcuno ha notato la presenza di armi da fuoco. Il procuratore segnala così la drammaticità del momento: “Banda individui armati dirigesi saline Peccais dove lavorano 350 italiani. Gendarmeria a cavallo recatavisi comandata capitano per evitare collisione. Truppe di cui viene annunciata partenza saranno utili prevenire altri tafferugli”.27

Sono le undici. La folla, surriscaldata dal vino, ha preso il cammino delle saline da un quarto d’ora. La follia si é davvero fatta collettiva.

 

Assedio alla Fangouse

 

Ma un’altra banda, sin dalle prime ore del mattino, aveva lasciato la città. Si era prima diretta verso la vicina salina di Perrier, dove aveva convinto alcuni operai ad unirsi ad essa, e poi aveva preso la strada della Fangouse. Il capitano Cabley con una dozzina di uomini riesce a precederla arrivando verso le nove nella salina. Qui, alcuni italiani sono fuggiti, mentre altri non si rendono conto della gravità della situazione. Attendono da ore l’arrivo dei compagni di lavoro francesi e si stupiscono di veder arrivare, al loro posto, i gendarmi a cavallo. “Per prima cosa - dirà il capitano al processo - rinchiusi gli italiani nel fabbricato delle saline per poter difenderli ed evitare che venissero massacrati isolatamente. Quando arrivarono quelli di Aigues-Mortes, cercai di esortarli alla calma; essi però spintonarono i miei gendarmi, sfondarono le linee, attaccarono la casa con pietre e bastoni, salirono sul tetto, lo sfondarono e fecero piovere sugli assediati una grandinata di tegole”.28

Non tutti prendono parte attiva nell’assalto dell’edificio, né tutti sono Aigues-Mortes. I più accaniti, anzi, non sono del posto. Florestin Blanc, che lancia pietre e cerca di sfondare le porte è dell’Hérault; Alfred Biblemont (lo abbiamo già incontrato davanti al panificio) che è uno dei primi a sfondare lo sbarramento della polizia ed a salire sul tetto, è un parigino di diciassette anni; Prosper Joubert, che viene definito come il più esaltato, viene da Marsiglia; Jean-Paul Vidal, che cerca anche lui di sfondare le porte, é del Lot; Lazare Beaugé, che si scaglia con un bastone contro gli italiani, è di Autun; Jacques Le Cléach, che è armato di martello, è bretone; Félix Lotte, “uno zoppo esaltato in stato di ubriachezza” viene dall’Ain. La maggior parte della popolazione del paese assiste passivamente alle aggressioni o manifesta contro gli stranieri.

Numerosi furono, tuttavia, coloro che si unirono ai trimards nelle azioni più rivoltanti. Altri, come i proprietari del panificio o don Mauger (che sarà violentemente attaccato dai giornali nazionalisti come La Lanterne29 per aver manifestato solidarietà nei confronti delle vittime), si diedero da fare cercando di proteggere e nascondere gli italiani. Il comportamento del sindaco merita, invece, un discorso a parte.

Ma ritorniamo all’assedio. Mentre dal tetto piovono le tegole, si corre il serio rischio di veder sfondate le porte e di assistere al linciaggio. Il capitano riesce ad evitare il peggio dichiarando che avrebbe condotto gli italiani alla stazione e li avrebbe fatti salire sul primo treno per Marsiglia, dato che il prefetto li aveva espulsi da Aigues-Mortes. E’ così che i circa ottanta operai italiani rimasti alla Fangouse si mettono in marcia verso la città. Sono protetti da una dozzina di gendarmi a cavallo e circondati da una banda di parecchie centinaia di persone da cui partono minacce di morte. La piccola folla percorre sotto un sole soffocante le lunghe strade che costeggiano le saline e le vigne. Durante il tragitto, i più scalmanati tirano sassi, si insinuano tra i gendarmi e colpiscono con forconi e randelli. Parecchi italiani, non appena possono, preferiscono fuggire attraverso i campi andando incontro al rischio di essere presi isolatamente o di affondare nelle paludi. 

 

Il massacro

 

Il lugubre corteo oltrepassa la salina dei Quarante sols, le mura della città cominciano a farsi più nitide. Si pensa che il calvario stia per finire, ma ad alcune centinaia di metri dalle mura, in prossimità del Mas Méjan, si vede arrivare la banda che si era formata in città al suono del tamburo. In testa viene notato Joseph Constant, bracciante di Aigues-Mortes, noto bracconiere che, come altri suoi “colleghi”, armato di fucile, si scatena nella caccia ai babi. Si cerca invano una via di scampo, la strada è sbarrata, lo scontro inevitabile. Gli italiani sono presi tra due fuochi. Uno di loro racconta: “Arrivati quasi sotto le mura, abbiamo incontrato una seconda banda che veniva verso di noi preceduta da un tamburo e da una bandiera. Gridavano: Italiani assassini! Venite a mangiare il nostro pane! E tutta questa gente si è avventata contro di noi e ci gettava pietre. Ho anche sentito parecchie fucilate (...) la folla ci ha travolto. Siamo fuggiti da ogni lato; ci inseguivano come fossimo un gregge di pecore; io sono stato buttato nel canale con alcuni compagni. I francesi si erano piazzati dall’altro lato del canale, tra le vigne, e quando tentavamo di uscire, le pietre ci cadevano in testa come neve”.30

 

Appostato tra le vigne, col fucile in spalla, Joseph Constant spara sugli italiani che si dibattono nell’acqua, a dieci metri di distanza. Il Blanc è anche lui nella vigna, colpisce con terribili randellate coloro che cercano di uscire dal canale; così Félix Lotte che dopo i tafferugli avrà il viso coperto di sangue. Il Le Cléach viene visto nell’atto di alzare ed abbassare ripetutamente il suo martello nella mischia. La confusione è generale. Numerosi sono coloro che cercano di scappare. Tra di essi, Giordano: “Stavo fuggendo tra le vigne quando quattro individui mi sono piombati addosso, mi hanno colpito con dei bastoni e buttato a terra. - Non è morto, fece uno dei quattro, bisogna finirlo. - Lascialo, rispose un altro, lo conosco, ho lavorato con lui. E andarono via lasciandomi mezzo morto.31 Un altro italiano sta scappando in direzione della fattoria Bachin, Jean Rouet, detto l’Albinos, contadino di Aigues-Mortes e, anche lui, bracconiere, lo nota, gli corre dietro armato di fucile, prende la mira e spara. Un operaio toscano, Angelo Pistelli, racconta: “I contadini guardiani dell’uva si misero ad inseguirci con le forche e coi fucili. Un mio amico cadde colpito alla schiena da una pallottola e mi gridò prima di morire: - saluta mia madre - e... non potei più capire altro perché uno scoppio di pianto gli troncò la parola e cadde bocconi sul terreno. Vidi della gente calpestarlo”.32 Per terra giacciono già cinque morti. Il capitano fa sparare in aria. Dalla folla partono le grida di Assassini e di Fourmies (la cittadina operaia del Nord dove il 10 maggio di due anni prima, l’esercito aveva sparato sui manifestanti). Si cerca di mettere assieme quello che resta del gruppo e si riparte.

Il corteo riesce a giungere davanti alla Porta della Regina; anziché penetrare in città, costeggia le mura sulla destra in direzione della stazione; dopo aver svoltato l’angolo, si trova chiuso nella strettoia formata a sinistra dalle mura settentrionali della città e, a destra, dai muri di cinta di alcuni orti. La strada è piena di aggressori. “Enormi pietre vengono lanciate da ogni lato - scrive il procuratore generale -33 ad ogni passo si è obbligati a lasciare per terra vittime indifese che dei forsennati, con indicibile efferatezza. finiranno a randellate”. Impossibile fuggire o ripararsi dai colpi. La sola via di scampo è rappresentata dalla casa, protetta da una cancellata di ferro, ancor oggi ben visibile, di un certo Granier. Il prefetto e il procuratore della repubblica, che adesso affiancano il capitano, intimano al proprietario di aprire. Quando ci si dispone ad entrare, il Granier, intimidito dalla folla, chiude improvvisamente il cancello. “Allora ci fu un vero e proprio massacro! Come bestie portate al macello, gli italiani si sdraiano sulla strada, sfiniti, aspettando la morte, lapidati, storditi, lasciando ad ogni passo uno dei loro”.34 Alcuni individui rimasti sconosciuti tirano delle revolverate: altri due italiani si accasciano al suolo.

 

Ci sono donne e ragazzi che non esitano a prendere parte alla sadica caccia all’uomo. Arrampicati sugli alberi e sulle mura, dei ragazzini lanciano sassi, mentre alcune donne si servono di manici di scopa per fare lo sgambetto ai christos e farli cadere. Quelli che non si rialzano, come abbiamo visto, vengono colpiti coi bastoni. “Per sfuggire alle pietre - è il pubblico ministero che parla - gli italiani si sdraiano per terra, gli uni sugli altri. I cavalieri fanno loro scudo, ma le pietre piovono, il sangue scorre”. Tra i più sanguinari, si distingue Philippe Buffard, detto il Kroumir, che fa il facchino ad Aigues-Mortes. Tenendo un manico di pala con le due mani, colpisce i feriti con estrema violenza. Quando dalla folla gli è fatto notare che uno dei feriti vive ancora, il Kroumir gli dà il colpo di grazia ed esclama “adesso non si muoverà più! L’ho sistemato!”. Assieme a lui, Florestin Blanc che porta una bandiera rossa. Secondo i gendarmi, “non mollava la bandiera che per prendere una pietra e la pietra per prendere un bastone”. Il trimard Etienne Dencausse si avvicina ad un poveretto che giace a terra e lo bastona sotto gli occhi impotenti del capitano. L’Albinos si aggira tra la folla ancora armato di fucile. Don Mauger si trova in mezzo alla mischia e mette in mostra, oltre che la carità cristiana, un coraggio dovuto forse al fatto di essere stato cappellano militare: cerca di calmare gli animi, fa portare i feriti in luogo sicuro, assiste i moribondi.35

  

Per mettere fine all’eccidio, il prefetto decide di ripiegare sulla vicina torre di Costanza. I gendarmi esortano coloro che giacciono per terra a compiere l’ultimo sforzo. Sono le dodici e mezza quando i trentotto sopravvissuti che si reggono ancora in piedi riescono a trovare rifugio in quella che nel lontano passato era stata dura prigione di irriducibili ugonotti. Sono quasi tutti feriti. Alcuni gravemente. Uno spira appena entrato nella torre. Al procuratore generale viene spedito, alle 13, questo disperato telegramma: “Italiani assaliti malgrado protezione gendarmi a cavallo. Circa dieci morti o feriti. Profondamente increscioso che rinforzo di truppe richiesto stamani non sia ancora partito da Nîmes. Inviare truppe d’estrema urgenza con treno speciale”.36

Lasciati alcuni gendarmi a guardia della torre, il capitano Cabley, che sotto le mura era stato ferito, ritorna sui suoi passi per raccogliere i morti ed i feriti che giacciono lungo la strada. Quattro cadaveri vengono raccolti nei pressi del Mas Méjaned uno davanti alla casa del Granier. I feriti sono ventuno: quando, stremati, si erano accasciati al suolo, alcuni di loro erano stati picchiati da esaltati che volevano accertarsi se fossero davvero morti; avevano dovuto trattenere il respiro cercando di non dare segni di vita. Morti e feriti vengono caricati su delle carrette e trasportati all’ospizio cittadino.

 

L’epilogo

 

Non si può dire che la calma sia tornata in città. Il gruppo che non è riuscito a lasciare il panificio Fontaine, vi è ancora chiuso dentro. Bande di individui armati di randelli circolano per le strade cantando la Marsigliese. Vanno in cerca degli italiani che tentano di nascondersi o che hanno trovato rifugio in case private. Ecco cosa racconta l’inviato speciale del Journal du Midi: “Ho appena assistito ad una scena di un’efferatezza senza precedenti e indegna di un popolo civile. Verso le due e mezza del pomeriggio, in piena piazza San Luigi, un povero disgraziato è stato assalito da una banda di bruti ed è stato letteralmente massacrato. I forsennati lo hanno abbandonato solo dopo avergli ridotto il cranio in poltiglia. Questo nuovo cadavere è stato trasportato all’ospizio”. Un quarto d’ora dopo, una scena analoga si svolge a qualche passo di distanza: un altro operaio italiano cade sotto i colpi di una banda avvinazzata, che danza attorno ai corpi delle vittime sotto gli occhi impotenti del prefetto e dei magistrati del Tribunale di Nîmes.37Ciutti, dalle finestre del primo piano del panificio, assiste ai due linciaggi. Eccone due che abbiamo fatto fuori! gli gridano scorgendolo. Tra i più esaltati c’è il piccolo Barbier, un ragazzino di sedici anni e mezzo che viene dall’Arriège.

Mentre avvengono questi episodi, viene affisso un nuovo manifesto firmato dal Terras e scritto dopo che il massacro era stato consumato. Si sottolinea l’argomento dell’avvenuto licenziamento degli italiani e, in nome della dignità della patria, si invita tutta la popolazione, e non più solo i cittadini di Aigues-Mortes, a dissociarsi dalle aggressioni: “SECONDO COMUNICATO. Gli operai francesi hanno avuto piena soddisfazione. Il sindaco della città di Aigues-Mortes invita tutta la popolazione a ritrovare la calma ed a riprendere il lavoro, tralasciati per un momento. Cessiamo ogni manifestazione di strada per mostrarci degni della nostra patria; è col nostro atteggiamento calmo che faremo vedere quanto rimpiangiamo le deplorevoli conseguenze degli incidenti. Raccogliamoci per curare le nostre ferite e, recandoci tranquillamente al lavoro, dimostriamo come il nostro scopo sia stato raggiunto e le nostre rivendicazioni accolte. Viva la Francia! Viva Aigues-Mortes!”

 

In Italia, più che sulla finalità dei proclami, ci si soffermò sul fatto che essi sembravano giustificare la strage: la conclusione del secondo (“dimostriamo come il nostro scopo sia stato raggiunto”) poteva addirittura far pensare alla premeditazione. Le omissioni e la goffa ambiguità dei manifesti permetteranno, come vedremo, che il Terras - malgrado la sua innocenza di fondo - sia sacrificato alla ragion di stato finendo per perdere la carica di sindaco.

Alle cinque, finalmente, arrivano cinquanta artiglieri a cavallo e centocinquanta fanti comandati dal generale Cazes. Nel vedere entrare i soldati in piazza San Luigi, dei manifestanti gridano Vive l’armée!, ma una carica di cavalieri li fa sgombrare in un batter d’occhio. Le autorità militari e civili si riuniscono in un locale della stessa piazza. Per prima cosa decidono di fare partire per Marsiglia la sessantina d’italiani ancora rinchiusi nella torre e nel panificio. Da 27 ore, questi ultimi. “Protetti da un doppio quadrato di soldati e circondati da cavalieri, hanno potuto raggiungere la stazione in mezzo ai fischi ed agli schiamazzi della folla. Sono state lanciate pietre (...) gli italiani si sono precipitati in stazione ed hanno invaso i vagoni”.38 Tra di essi. Caterina Calori, “una povera donna torinese, abitante alla barriera di Nizza, la quale sorpresa mentre fuggiva col marito e con un cognato assieme ad un gruppo di operai, vennero assaliti dai francesi (...) Essa teme che il di lei marito sia stato assassinato, perché fuggendo si è smarrita e non poté più avere nessuna notizia di lui”, scrive un cronista che la incontra alla stazione di Savona qualche giorno dopo.39

Diciassette persone sono ferite troppo gravemente per poter partire. Giacciono in una stanza dell’ospizio. Uno di loro morrà di tetano un mese dopo. Nel cortile, sono allineate sette salme. Non sarà mai ritrovata la salma di un nono italiano, Secondo Torchio, 26 anni, di Tigliole d’Asti, che fu vittima - e forse non la sola - tanto della violenza quanto della tacita complicità di cui gli assassini godettero. Conosciamo l’identità di sette degli otto morti ufficiali. Quattro sono piemontesi: Giuseppe Tasso, detto Carlo, 58 anni, di Castelceriolo sobborgo di Alessandria, Vittorio Caffaro, 29 anni, di Pinerolo, Bartolomeo Calori (il marito di Caterina) 26 anni, di Torino e Stanislao Giuseppe Merlo, 29 anni, di San Biagio, frazione di Centallo (Cuneo); uno è ligure: Lorenzo Rolando, 31 anni, di Altare (Savona); uno è lombardo: Paolo Zanetti, 29 anni, di Nese (Bergamo). Del settimo conosciamo soltanto il nome: Giovanni Bonetto. L’ottavo non sarà mai identificato, si tratta forse di un toscano di Calci. 40 

 

I feriti rimasti nell’ospizio sono, in maggioranza, giovani piemontesi: Angelo Camerano, 21 anni. Borgo San Dalmazzo (Cuneo); Antonio Cappello, 22 anni, di Tenda (oggi nelle Alpi Marittime); Paolo Rosso, 29 anni. Villar Pellice (Torino); Giuseppe Bermelli, 27 anni, di Villanova di Mondovì (Cuneo); Giovanni Cravero, 22 anni, di Saluzzo (Cuneo); Giovanni Giordano, 24 anni, che abbiamo già incontrato; Angelo Trucchi, 28 anni, di Ventimiglia; Antonio Faggio di Saluzzo; Giovanni Bernadelli, 33 anni, piemontese emigrato a Nizza; Vittorio Margari, 20 anni di Chignolo (Bergamo); Vittorio Mati, 32 anni di Tonengo (Asti); Vittorio Caffaro, l’operaio che morirà di tetano; Andrea Marino, 18 anni, di Vinadio (Cuneo); Giacomo Balduzzi (l’operaio bergamasco che, come abbiamo visto, aveva con un figlio trovato rifugio dal parroco) 50 anni ed Ermolao Puccetti, 34 anni, di Pegli (Genova), che sono rimasti con mogli e figli; due operai che non sono in grado di declinare le proprie generalità (“non potevano aprire gli occhi né parlare e quasi non avevano più figura umana”, dice di loro il console) e Giovanni Fontana, 29 anni, di Torino. Quest’ultimo affida a uno dei suoi compagni in partenza per l’Italia la lettera seguente, indirizzata a un fratello, che sarà pubblicata da un quotidiano torinese: “Vengo a farti sapere che io mi trovo all’ospedale gravemente ferito, eravamo sul lavoro circa cento italiani; sono arrivati 500 francesi, all’improvviso, armati di fucili, barre di ferro, bastoni, ecc. Quelli che non sono morti sono mezzo rovinati. Siamo arrivati al paese, da cui il luogo del lavoro dista circa dieci chilometri., senza scarpe, senza giacca e rovinati. Tralascio di scrivere perché non ne posso più. Addio. Fontana Giovanni”.41

Il giorno successivo, 18 agosto, a mezzanotte, vengono inumate le salme. Le sette bare, trasportate su due carretti, vengono seguite da due sole persone. Non é solo per motivi di sicurezza. Come dice Michelle Perrot della trentina d’italiani morti in Francia per aggressioni xenofobe dal 1881 al 1893, “Questi cadaveri italiani commuovono assai poco l’opinione pubblica francese: la sensibilità di fronte alla morte si ferma alle frontiere del sottosviluppo, è strettamente sociale”.42

D’uguale natura, la deontologia professionale del direttore dell’ospedale di Marsiglia che rifiutò di occuparsi dei feriti, accampando motivi burocratici. Solo dopo otto ore dal loro arrivo essi poterono essere medicati o ricoverati. Il racconto delle loro traversie, unitamente alle imprecisioni dei dispacci d’agenzia (si parlò anche di centinaia di morti, di bambini impalati e portati in trionfo, ecc.) contribuì a far crescere l’ondata d’indignazione che, come vedremo, andava in quei giorni formandosi in Italia.

In Francia, si ha fretta di chiudere la vicenda. Il sostituto procuratore e il giudice istruttore conducono assai sommariamente l’inchiesta, che, peraltro, non è priva di difficoltà obiettive: da un lato, gli aggressori erano “generalmente d’altre regioni e sconosciuti gli uni agli altri”, dall’altro, era difficile trovare testimoni “poiché ci sono poche famiglie in città in cui uno dei membri non sia compromesso”.43 La gran maggioranza dei trimards riuscì, inoltre, ad abbandonare la città sfuggendo agevolmente alle ricerche. Non così il Giordano, ricoverato tra i feriti dell’ospizio, che venne incriminato di minacce e di violenze, al fine di far ricadere sugli italiani la responsabilità degli episodi che diedero innesco alla strage.

 

Due rimedi alla disperazione operaia: la patria e l’anarchia

 

La cronaca dei fatti fa giustizia delle analisi che posero la componente economica in secondo piano calcando la mano o, come fece il Figaro nell’inchiesta pubblicata in settembre, sull’aspetto dell’ordine pubblico, ovvero, come nel caso della ricostruzione effettuata dalla diplomazia italiana, sui risentimenti generati dal pesante contenzioso esistente tra le due nazioni. Si prenda, a questo proposito, il caso della recrudescenza della campagna antitaliana effettuata sin dai primi di luglio dalla stampa più sensibile alle idee revanchiste, in seguito all’annuncio della presenza del principe ereditario italiano alle manovre militari tedesche che sarebbero state eseguite in settembre a Metz; presenza che riapriva vecchie ferite essendo percepita come la ratifica italiana all’annessione dell’Alsazia e della Lorena. La stampa locale certamente più letta ad Aigues-Mortes dei giornali nazionalisti parigini, dedicava solo poche righe ad un argomento che, in ogni caso, turbava più i sogni delle classi dirigenti che quelli degli operai delle saline. Gli “Abbasso Crispi!” che si odono durante i tumulti appaiono piuttosto come flebili eco di ciò che si dice a Parigi.

Siamo in un periodo di forte conflittualità sociale (nel 1893 in Francia numero delle giornate di sciopero supera i tre milioni ed è di quattro voi maggiore di quello dell’anno precedente) e nel Midi agricolo la Grande Depressione è tutt’altro che finita: il corrispondente da Aigues-Mortes del giornale socialista di Nîmes dipinge un quadro a fosche tinte dell’economia cittadina, mettendo in evidenza la mancanza di lavoro e “L’orrenda miseria della popolazione”.44 Parole analoghe sulla stampa italiana: “Aigues-Mortes è città poverissima (...) Gli abitanti delle campagne hanno albergo entro luridi casolari costruiti con delle tavole spalmate di mota e sormontati da un enorme tetto di cannuccie (...) oggi Aigues-Mortes com’è ridotta fa invero pietà e si stenta a credere che in una Francia vi possa essere un sito tanto miserabile”.45 E ancora: «La popolazione è povera e fiera; ha due industrie, domar i cavalli, i tori che sono nella Camarga allo stato selvaggio; lavorare nelle saline sfidando le perniciose emanazioni (...) Sono circondati da figliuoletti rachitici e pallidi per le febbri... La vista dì queste miserabili famiglie è straziante”.46 E’ piuttosto questa la tela di fondo che fa da lievito al razzismo dei poveri ed in cui va collocata la concorrenza che la manodopera italiana fa ai locali, sia nella “caccia” al posto di lavoro che nel contribuire a determinare le condizioni che ostacolavano miglioramenti salariali: la paga giornaliera nel periodo del battage, per esempio, non variava da una quindicina d’anni. Del cottimo durante il levage abbiamo già detto. C’è da registrare l’informazione di un attento studioso dell’epoca, secondo cui la rivendicazione della sua soppressione avanzata dagli operai francesi era stata vanificata dagli italiani che, attratti dalla possibilità di maggior guadagno che il cottimo offriva, avrebbero accettato l’invito della Compagnia a continuare a lavorare con tale sistema.47 Informazione in una certa misura confermata dall’operaio Angelo Pistelli: “Due giorni prima del conflitto, ci fu offerto di lavorare a cottimo, e noi accettammo. Questa fu una delle ragioni che aumentò l’odio dei francesi verso gl’italiani, odio che già da tempo covavano”.48 E va ricordato che del cottimo - che per Napoleone Colajanni rappresentava “la peggiore forma di concorrenza” - 49 veniva proprio in quei giorni richiesta l’abolizione dai socialisti italiani e francesi al congresso di Zurigo.

Nella zona mancava un’organizzazione in grado di sviluppare la solidarietà di classe tra gli operai, autoctoni o immigrati che fossero. Sono già state messe in evidenza le pesanti remore presenti su questo terreno tra i socialisti francesi. Va tuttavia rilevato come ad Aigues-Mortes non ci fosse ombra di partito socialista e come il comune - lo abbiamo visto - fosse addirittura in mano ai monarchici. Nel capoluogo, Nîmes, non era ancora stata costituita la Bourse du travail ed esisteva soltanto un embrione d’organizzazione socialista. Le grida di Vive l’armée si coniugarono con quelli di Fourmies, la bandiera rossa con il tricolore nazionale, il canto della Marsigliese con l’esaltazione di Ravachol, formando un groviglio il cui bandolo va ricercato in un radicalismo operaio che pencola ora verso lo sciovinismo, ora verso il ribellismo anarchicheggiante.

Si è già accennato all’influenza esercitata, da un lato, dall’ideologia bulangista (in un’epoca in cui il patrimonio ideale del nazionalismo - come si é già rilevato - era passato dalle mani dei “patrioti repubblicani” a quelle dei nazionalisti come Barrès) e, dall’altro, dall’agitazione grève-généraliste propria del sindacalismo d’action directe. L’anno successivo alla strage, il sindaco ed il direttore della Compagnia ricevono delle minacce di morte che sarebbero state seguite nel caso in cui fosse stato dato lavoro agli italiani piuttosto che agli operai francesi; le lettere (anonime, ma dovute probabilmente a trimards) agitano lo spettro di “un gruppo d’anarchici pronti a compiere quest’opera patriottica”.50 Dove le nozioni di patria e d’anarchia si mescolano e si confondono nel venire in soccorso alla miseria operaia.

 

Note

  1. Rapport du procureur général de Nîmes au ministre Garde des Sceaux del 22.8.1893, Archives départementales du Gard, 6M 646.
  2. Acte d’accusation, del 25.11.1893, Archives départementales du Gard, 6M 646,.
  3. Gazzetta del Popolo, 24-25 e 25-26 agosto 1893. Secondo il Durando, un operaio piemontese, Giuseppe Morelli, era stato aggredito perché stava usando dell’acqua potabile per pulirsi i calzoni.
  4. Le Figaro, 28.12.1893.
  5. Pierre Milza, L’émigration italienne en France de 1870 à 1914 in J.-B. Duroselle e E. Serra (cur.), L’emigrazione italiana in Francia prima del 1914, Milano, 1978.
  6. Le Figaro, 30.12.1893.
  7. Ivi. Sul termine “ours” cfr. J.-Ch. Vegliante, in: P. Milza (dir.) Les Jtaliens en France de 1914 à 1940, E.F. Rome, 1986, p. 126 (e poi in G. Vermès (cur.) Vingt-cinq communautés liguistiques de la France, Paris, L’Harmattan, 1988, t. II, p. 238). José Cubero (Nationalistes et étrangers, le massacre d’Aigues-Mortes, Editions Imago, Parigi, 1996p. 180) fa risalire la “caccia all’orso” agli antichi carnevali pirenaici.
  8. Archives départementales du Gard, 4U 111.
  9. 11 prefetto si giustifica su Le Figaro del 3.1.1894; il giorno successivo, è il Journal des Débats che chiede di far luce sulle responsabilità.
  10. Le Figaro, 30.12.1893.
  11. Archives départementales du Gard, 4U 111.
  12. Le Figaro, 30.12.1893.
  13. Le Matin Charentais, 29.12.1893.
  14. Le Figaro, 30.12.1893.
  15. Ivi, 29.12.1893.
  16. Caffaro, 22.8.1893.
  17. Rapport, cit
  18. Le Figaro, 30.12.1893, arringa del procuratore generale.
  19. Lettera a La Tribuna, 9.9.1893 e Le Figaro, 30.12.1893.
  20. Archives départementales da Gard, 4U 111.
  21. Le Journal du Midi, 18.8.1893 e telegramma da Aigues-Mortes del 17.8.1893, citato dal Cubero, op.cit., p. 36.
  22. Le Journal du Midi, 23.8.1893.
  23. Caffaro (supplemento al), 26.8.1893.
  24. Atti parlamentari, cit. p. 76 e Actes de décès de la commune d’Aigues-Mortes, 17 agosto e 17 settembre 1893.
  25. Gazzetta del Popolo, 22-23.8.1893. All’ospedale di Marsiglia restano ricoverati: Giovanni Bianchini, 29 anni, di Massarosa; Luigi Natucci, 51 anni, di Camajore; Luigi Gaja, 40 anni, di Lavriano; Luigi Allais, 29 anni, di Giaveno; Bartolomeo Vaccino, 35 anni, di Beinette e Severino Grisanti di Castelnuovo nei Monti. Nelle stazioni di transito (Ventimiglia, Savona, Genova), i cronisti rileveranno come alcuni superstiti portino i segni di gravi ferite. Gli ospedali di Savona, Sampierdarena, ecc. accoglieranno coloro che non sono in grado di proseguire il viaggio.
  26. Op.cit., p. 171.
  27. Rapport du procureur général de Nîmes, cit.
  28. Le Combat Social, 25.3.1894.
  29. Corriere Nazionale, 22.8.1893.
  30. Caffaro, 22.8.1893.
  31. Pietro Sitta, I lavoratori italiani in Francia , “La Riforma sociale” del 10.9.1894, p. 73.
  32. Caffaro, 22.8.1893.
  33. Napoleone Colajanni, Una questione ardente. La concorrenza del lavoro, “Biblioteca della Rivista popolare”, Roma, 1893. p. 18
  34. Archives départementales du Gard, 1M 699. Si tratta di tre lettere dello stesso tenore spe­dite da Nîmes e Montpellier alla stessa data..